Lo scorso week end, ho avuto la fortuna di poter assistere ad un intervento di Erri De Luca al teatro sociale di Como.

C’era così tanta gente che è stato costretto a fare due presentazioni per poterci accogliere tutti. Io sono arrivata come sempre in ritardo e me ne sono rimasta per un’ora sotto l’acqua, aspettando il secondo turno.

Durante l’attesa ho conosciuto una signora e un ragazzo, due grandi lettori e ci siamo scambiati opinioni e titoli sui nostri autori preferiti. E’ sempre bello parlare con i lettori, perché qualsiasi cosa dicano, non è mai banale.

All’alba delle cinque e trenta, riesco a varcare le porte della Sala Bianca del sociale di Como.

Lo scrittore napoletano entra: è magro, ha uno sguardo furbo e disincantato, sembra una persona che ha già visto tutto e che non ha paura di vivere credendo nell’impossibile. L’ “impossibile”  come il titolo del suo nuovo libro.

Erri De Luca racconta della sua infanzia, di come si sia “espulso da un futuro apparecchiato” e di come nessun accadimento della sua vita sia stato programmato o cercato.

Parla poi del novecento, il secolo delle guerre, il rumore della sirena delle bombe che si porta dentro, e che sentiva quando era dentro la placenta della madre perchè come lui stesso afferma:

“Quando si è dentro la placenta, si assorbe tutto il mondo della madre.”

Fino all’esperienza a Belgrado quando già era uno scrittore conosciuto.

Erri De Luca racconta delle notti passate sveglio ad ascoltare rumori inimmaginabili di sirene, missili e bombe scoppiate.

Ed è proprio in quel caos che dice di aver trovato la pace. La guerra in fondo è parte del liquido amniotico in cui è cresciuto quando era ancora ignaro del mondo.

Io penso che sia importante conoscere il luogo in cui siamo in pace perchè solo dopo quel momento possiamo tornare nel mondo e continuare a vivere.

Lo scrittore parla poi di un altro tipo di pace, quello della parola. Si definisce un lettore più che uno scrittore.

La lettura lo riempie di una “felicità elettrica”, una sorta di pozione magica contro i batteri infetti del mondo.

Non avevo mai sentito una definizione di lettura più calzante di questa.

Ma è quando si è messo a parlare della scrittura che mi sono divertita davvero. Il signore De Luca non si legge, perché leggere sé stesso non gli procura quella gioia che gli procurano invece gli altri scrittori e quindi cosa fa?

Scrive ancora a mano e per correggersi, si ricopia due o tre volte fino a che non giudica la sua opera soddisfacente.

In fase finale copia tutto a computer utilizzando ancora due dita e mettendoci probabilmente un’eternità.

La scrittura è per lui una festa, non un lavoro.

E’ il primo scrittore che sento parlare così. Tutti a scrivere di tribolazioni, notti in bianco e riscritture infinite e poi arriva questo signore che liquida la faccenda dicendo: “E’ una festa.”

Ho comprato il suo ultimo libro, non ho letto la trama perché da qualche tempo scelgo i libri per autore e non per trama o titolo, in fondo non mi importa molto della storia.

Leggo per il piacere di leggere parole scritte bene. Da mesi ormai leggo solo Murakami: è una sorta di ossessione, ne finisco uno e subito ho bisogno di leggerne un altro.

Domenica ho sentito il bisogno di cambiare un po’ e ho scelto questo artista, che in un mondo di mercificazione del tutto, non ha parlato neppure un secondo del suo libro, ma solo di passione, di vita e  di parole.

E come se avesse voluto sottolineare che la vendita di un libro, in fondo non è poi così importante.

Cosa mi porto a casa da questo incontro?

A volte…vale la pena di aspettare sotto la pioggia.