Se chiudi gli occhi vedi quello che per il tuo cervello è il nulla: buio nero, bianco, grigio. Un colore a tinte unite che si mischia alle forme dei pensieri più profondi. Non hai paura perché sai che quando li riaprirai, vedrai di nuovo la luce.

Il buio che vedi ad occhi aperti è un’altra cosa.

Non avevo mai provato cosa potesse significare non vedere, è successo un mattino per caso, alla fine dell’estate.

Sono stata al buio totale per un’ora e mezza alla Fondazione Istituto per Ciechi di Milano.

Cammino in fila indiana, seguo una voce che non vedo, sembra quella di un ragazzo. Lo immagino biondo, con i capelli folti, non tanto alto. Lo immagino bello, non so perché. Mi mette in mano un bastone, giro il cordino intorno al polso. Provo ad usarlo imitando una persona cieca che un giorno ho notato per strada.

Sento il rumore di una porta pesante che si apre e, come se avessi varcato un qualche portale del tempo, mi trovo in un giardino. Ci sono sassolini bianchi e un ruscello, dei pini dalle chiome altissime, il cielo azzurro, una nuvola bianca che non copre il sole. Appoggio la mia mano alla staccionata di legno, mi ci attacco fino a che non oltrepasso un ponte: il legno è ruvido e caldo, qualcuno deve aver posato la mano proprio lì dove ora sono le mie dita. La voce del ragazzo con i capelli biondi dice che c’è una barca che ci aspetta.

Non sono sola, ma non conosco le persone che mi accompagnano, sento voci, ridono, inciampano, non le immagino, la mia mente è impegnata a vedere quello che vuole e mi spinge a cercare la barca.

Il rumore che mi circonda si è fatto più dolce e regolare.

Il mare: sento le onde del mare. Ma com’è possibile che il mio giardino fosse affacciato sul mare? Forse i pini erano marittimi e i sassolini bianchi, pezzi di corallo di una spiaggia. La mia coscienza vacilla, ma il mio corpo no, va avanti. Sento un rumore di gabbiani.

Arrivo al limitare della passerella, c’è una barca davvero: è un gozzo di legno appena ristrutturato e si chiama “Lave” con la “A”, come se a darle il nome fosse stato un vecchio pescatore che non conosceva bene l’inglese. LOVE o LAVE… AMORE.

Mi accomodo sulla panchina di legno. Attendo con pazienza che i miei compagni di viaggio prendano posto.

La barca parte. L’aria è fresca, ma non fredda, siamo in autunno, l’estate è finita, l’ho deciso in quel momento. La nuvola bianca oscura il sole. Ho freddo.

Scendo dal gozzo e mi ritrovo in una stanza, anzi no è una soffitta. Vado a sbattere di continuo contro oggetti dimenticati dal tempo. Uno scrittoio, un vecchio tavolo, Ma dov’è il mare e perché sono in soffitta? Mi sembra di essere dentro ad un libro.

Si apre un’altra porta, sono in una città trafficata, devo stare attenta alle macchine che mi sfrecciano davanti. Il mio corpo sente il pericolo e si ferma. Ascolto.

Un mercato. E’ ancora mattina?

Il cicalino di un semaforo. E’ notte?

Allungo le braccia, ho un cesto davanti, mi chino per scoprire con il naso cosa contiene.

Sento odore di caffè, prendo un chicco… lo metto in tasca.

Si apre una porta e poi…si chiude.

Tutto quello che ho scritto è accaduto veramente… ma io non l’ho visto,  si è mosso dentro la mia immaginazione mentre il mio corpo vagava nel buio. L’occhio rappresenta solo uno dei sensi. Io c’ero e anche tutto il resto, solo che aveva la forma di un suono, di un odore. Se tornassi lì probabilmente vedrei dell’altro. Visioni molteplici confluiscono in un’unica grande realtà che è la stessa per tutti. Il mare è mare anche se ne ascoltiamo solo il rumore.

Pensavo mi sarei fatta prendere dal panico, invece sono entrata in contatto con una realtà diversa che non conoscevo. Ho usato gli occhi del buio.

Da quel giorno, mi capita di pensare a quel  vecchietto: chissà se la barca “Lave” esiste davvero. Comunque sia… mi piace credere che sia così.