Scrivere…

Ognuno di noi ha un sogno nel cassetto. C’è chi vuole fare l’astronauta, il medico, il viaggiatore, l’insegnante.

Io ho sempre e solo avuto sete di parole.

Il mio sogno era scrivere un libro.

Ho sempre letto tanto, perché leggere era la mia fuga dalla vita.Tra le pagine ero sicura di poter esplorare mondi inavvicinabili nella vita reale.

Per la scrittura invece, quella era tutta un’altra cosa.

Uno sfogo: perdersi dentro le parole fino a fare fatica a ritrovarmi. Era tutto incentrato sui miei sentimenti, scrivevo solo della mia zona rossa, quella piccola parte del nostro essere in cui risiedono i sentimenti più profondi.

Ho iniziato e stracciato incipit per anni. Sono partita, sono tornata diverse volte e quando mi sono dovuta fermare è stato difficile. Le parole non uscivano più. Non volevano tornare a casa.

Ho convissuto con l’incapacità di scrivere racconti più lunghi di qualche pagina di un foglio word, io che sognavo di scrivere un gran romanzo.

Non sapevo perché, ma la storia ad un certo punto si interrompeva, e qualcosa si rompeva ogni volta dentro me.

E’ stata la mia forza di volontà a vincere. Per capire cosa ci fosse dentro a quelle interruzioni, mi sono iscritta ad una scuola di scrittura: la Holden.

Per un anno, una volta al mese me ne stavo a Torino per un week end intero.Devo ammetterlo, è stato uno degli anni più belli della mia vita, le mie giornate erano così dense di scrittura da farmi vivere sollevata da terra.

Proprio lì ho capito che qualcosa in me non andava, che il mio modo di scrivere era acerbo perché troppo incentrato sulla mia persona.

Io, io, io, basta io. Avevo bisogno di uscire e per farlo dovevo studiare.

Quell’estate sono rimasta incinta.

Contro ogni aspettativa da parte delle persone che mi circondavano, ho continuato il mio percorso alla Holden anche per il secondo anno. La pancia cresceva e con lei, anche la mia mente diventava grande. Sono andata avanti e indietro da Torino fino all’ottavo mese, da sola, in treno, non sono mai stata così bene in vita mia. Mi sentivo un pinguino. Avevo le gambe magrissime, il viso luminoso e quella grossa pancia che gridava al mondo che non c’è nulla che ci può fermare quando vogliamo davvero qualcosa.

Mio figlio Riccardo è stata la mia benedizione.

Quando è venuto al mondo io ho smesso di scrivere. Ma come direte voi? Non ti ha fatto così bene! E invece è proprio questo il punto. Mio figlio mi ha staccato da me stessa.

Quell’estate ho letto un libro appena e non ho scritto nemmeno un rigo.

Lo ricordo come fosse ieri, Riccardo aveva pochi mesi, ero in montagna: ho avuto una crisi di pianto potentissima.

Non ne ho compreso subito il motivo, non ero più spezzata, perché mio figlio mi aveva riparato, aveva usato l’oro come i giapponesi e mi aveva reso più forte e più bella.

Io piangevo perché avevo bisogno di completezza e quella potevo trovarla solo nelle parole che avevo dentro e che non avevo più fatto uscire.

Una mattina in cui stranamente sia Riccardo che Thomas (il mio compagno) dormivano, mi misi ad osservare le montagne colorate dalla luce rosa del mattino.

Ho acceso il computer per ritrovare la voce, ma invece che scrivere ho guardato i concorsi letterari.

Ne ho trovato uno che scadeva il 30 marzo. In palio c’era la pubblicazione di un libro. Ho giurato a me stessa che avrei avuto una storia pronta entro quella data.

Non fu facile all’inizio, ma tutto il mio essere era proiettato in quella direzione, e così camminata dopo camminata, osservando, leggendo e spesso stando zitta, l’immagine di quel colibrì ricorrente che avevo nella testa ha preso forma.

E’ nata la storia, è nata la voglia, e le parole che credevo morte sono tornate a vivere.